Il Ministero dello Sviluppo Economico ha reso noto di aver raggiunto 27 intese nel corso dei tavoli sulle crisi industriali, come prova di “proattività” e del “ruolo di regia costante e responsabile” svolto dal titolare, Adolfo Urso. Tuttavia, la realtà mostra che la situazione è drammatica se si considera il numero dei tavoli di crisi ancora aperti, più di 70, quelli di cui non si vede una soluzione o quelli per cui la soluzione non ha funzionato.
L’Italia si trova in una posizione di retroguardia nell’industria automotive, con un governo che ha rinunciato a combattere e ha messo la testa sotto la sabbia. Il manager Sergio Marchionne aveva dichiarato che non c’era un futuro per l’auto elettrica, e il governo ha prestato i soldi a Fca prima della fusione in Stellantis, mentre il governo francese è entrato nel capitale della nuova impresa.
La questione dell’Ex Ilva è ancora aperta, con errori che vengono da lontano, dalla privatizzazione con strascichi penali fino alla vendita gestita dall’ex ministro Calenda al partner sbagliato. Nessun governo ha mai voluto fare quello che bisognava fare per salvare la produzione di acciaio in Italia: nazionalizzare l’Ilva.
L’approccio del governo non sembra improntato alla lungimiranza, con un’assoluta mancanza di politica industriale e una produzione industriale italiana calata per 32 mesi consecutivi. La risposta del governo di fronte all’impennata del costo dell’energia è stato importare più gas invece di investire nelle rinnovabili, e oggi il costo dell’elettricità è doppio rispetto alla Spagna.
Il consiglio del ministro Urso ad alcuni settori industriali di riconvertirsi all’industria bellica non è una strategia valida, in quanto investire nell’industria bellica non risolve i problemi italiani e stimola l’economia di altri paesi. Bisognerebbe invece investire nella decarbonizzazione dell’economia e nella transizione verde, dove le imprese italiane sono già ben posizionate.

