Il 1° gennaio è entrato in vigore il dazio europeo sul contenuto carbonico di alcuni beni importati, noto come Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam). Sulla carta, il Cbam fa parte del Green Deal europeo e serve a garantire che la competizione tra le imprese europee e quelle estere sia ad armi pari, facendo pagare ai prodotti esteri gli stessi costi che dovrebbero essere sostenuti se quei beni fossero realizzati all’interno dell’Unione Europea.
Tuttavia, il Cbam è considerato un meccanismo complesso che obbligherà gli importatori a dichiarare informazioni sull’impronta carbonica dei prodotti importati, che sono difficili da verificare. Inoltre, il dazio potrebbe danneggiare l’economia europea attraverso due canali principali: aumentando i costi dei settori interessati, come ferro e acciaio, cemento, alluminio, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità, e rendendo conveniente importare direttamente i prodotti finiti. Inoltre, il Cbam non potrà sostenere i produttori europei che competono sui mercati esteri, poiché perderanno la possibilità di ottenere gratuitamente permessi di emissione.
Bruxelles sta cercando di risolvere queste critiche estendendo il Cbam ad alcuni settori a valle e istituendo un fondo per compensare gli esportatori. Tuttavia, questo potrebbe rendere il meccanismo ancora più complesso e distorsivo, alimentando le frizioni coi partner commerciali. Il Cbam appare una soluzione in cerca di un problema, che compromette la competitività delle imprese europee e la credibilità dell’Unione Europea quando parla di clima. L’unico merito del Cbam è che conferma che le politiche climatiche rappresentano un costo per l’economia europea, che non va negato o ignorato, ma riconosciuto e minimizzato.

