L’economista Stefano Zamagni spiega le ragioni del mancato accordo sul debito dei Paesi più poveri, sottolineando le responsabilità politiche e istituzionali dell’Occidente e il peso della finanza speculativa. Il fallimento del Global Debt and Equity Outlook è una delle occasioni mancate dell’Anno giubilare, nonostante il lavoro svolto dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali per formulare proposte concrete per la cancellazione o la riconversione del debito dei Paesi altamente indebitati e per una riforma radicale degli statuti degli organismi internazionali.
Il team di esperti ha redatto il Giubilee Report, approvato e inviato dal Vaticano, ma la proposta è naufragata a causa dell’assenza di Stati Uniti e Argentina e della mancanza di discussione reale da parte degli altri Paesi. Il problema del debito dei Paesi poveri è molto serio e non è solo una questione finanziaria, ma anche etica e sociale, poiché questi Paesi non saranno mai in grado di ripagare il capitale del debito e sono costretti a pagare gli interessi.
Il circolo vizioso del debito nasce da regole profondamente ingiuste, come il meccanismo del surcharge previsto dal Fondo monetario internazionale, che aumenta progressivamente il tasso di interesse se un Paese non riesce a pagare una rata alla scadenza. Inoltre, il 60% del debito di questi Paesi non è detenuto da Stati o governi, ma da soggetti privati, in gran parte finanza speculativa, che non trattano e vogliono essere ripagati a tutti i costi.
Il tentativo di condono del debito è fallito perché non si sono cambiate le regole del gioco e non si è modificato gli statuti del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale e delle grandi istituzioni globali. La dottrina sociale della Chiesa non ha ancora elaborato un modello adeguato per la società postmoderna e non dispone di strategie concrete per affrontare le ingiustizie. necessario innovare e proporre soluzioni operative per costruire istituzioni alternative e promuovere la giustizia sociale.

