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lunedì – 19 Gennaio 2026

Iran sull-orlo del caos

Il decimo giorno di proteste in Iran segna un momento di svolta, in cui il regime non conta più i giorni, ma inizia a spegnere le luci. Le strade, le parole e infine la rete vengono progressivamente chiuse. Quando internet cade in Iran, non è un incidente tecnico, ma una dichiarazione politica, lo Stato ammette di non riuscire più a governare il racconto di sé stesso.

Le proteste erano iniziate con una scusa economica, il rial che crolla, i prezzi che salgono, il pane che diventa un lusso, ma al decimo giorno nessuno parla più di inflazione. Si parla di fine, le scritte sui muri non chiedono riforme, invocano la sepoltura dei mullah. È una lingua nuova, definitiva, che non concede margini di mediazione.

La mappa della rivolta dice più delle dichiarazioni ufficiali, con Teheran, Shiraz e province interne come Borujerd, Arsanjan, Gilan-e Gharb, che per anni erano stati raccontati come il ventre sicuro della Repubblica islamica. Il regime non doveva convincere, doveva solo amministrare, ma oggi qui brucia la protesta. A guidare la protesta sono coloro che nel 1979 avevano creduto nella rivoluzione, le donne e i mercanti.

Le donne che avevano visto in Khomeini una promessa di giustizia e di dignità, e hanno ricevuto in cambio il velo obbligatorio, la segregazione, l’umiliazione quotidiana, oggi sono loro a stare davanti, a sfidare la polizia morale, a occupare lo spazio pubblico con il corpo. I mercanti del bazar, il patto originario della Repubblica islamica passava da lì, clerico e commercio, ideologia e denaro, moschea e bottega, quel patto è stato tradito.

La risposta del potere non cambia, i Basij scendono in strada, le forze di sicurezza sparano, arrestano, entrano negli ospedali a prendere i feriti. Decine di morti, migliaia di detenuti. E poi, come sempre, il buio. NetBlocks segnala il blackout della rete. Internet rallenta, poi scompare. Spegnere internet è l’atto finale di una paura antica, il regime iraniano ha imparato presto che il vero nemico non è la folla, ma la testimonianza.

Il contesto internazionale rende tutto più instabile, con Donald Trump che promette interventi se il regime continuerà a uccidere manifestanti pacifici. Netanyahu parla apertamente di un popolo pronto a prendere il proprio destino nelle mani. L’esercito iraniano risponde con toni da mobilitazione permanente. Il governo prova a comprare tempo con sussidi ridicoli, pochi dollari al mese per calmierare il prezzo di riso e pasta, un gesto che suona come un insulto.

Non è più una crisi economica, è una crisi di legittimità. Il regime non convince, non coopta, non governa. Reprime. E la repressione è diventata la sua unica lingua. Al decimo giorno di proteste, l’Iran non è sull’orlo del collasso, ma dentro una trasformazione irreversibile. Il blackout non spegne la protesta, la certifica. Quando uno Stato spegne la luce, lo fa sempre per nascondere qualcosa che non riesce più a controllare.

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