Macron potrebbe attaccare il Burkina Faso o il Mali, governato da un militare golpista. Putin potrebbe prendersi ciò che vuole in Ucraina, mentre Erdogan giocherà la sua partita in Siria contro i curdi. La Cina potrebbe prendersi Taiwan e Israele continuare la sua politica genocida e colonialista. Le industrie militari faranno profitti immensi, gli stati nazione taglieranno il welfare e metteranno tasse per finanziare acquisti di armi.
Trump ha affermato la sua gerarchia globale con l’attacco al Venezuela, dovuto al debito pubblico americano che sta diventando insostenibile. Viviamo in una crisi capitalista che impone la guerra, dentro la quale ogni potenza potrà inventarsi il suo intervento. Le reazioni dei Brics all’attacco al Venezuela non sono semplicemente tiepide, sono quelle di chi calcola i propri interessi.
Il Venezuela è finito nella bilancia dell’infamia con l’Ucraina come contrappeso. Il popolo venezuelano è solo, nessuna nave amica si frappone alla flotta di Trump, è lasciato al suo destino con gli Usa pronti a saccheggiare le sue risorse. Il diritto internazionale non è mai esistito per davvero, lo sapevamo, esisteva come parvenza che Trump ha eliminato in poco tempo.
Questa scacchiera geopolitica trasforma la legittima resistenza di un popolo e la contrappone alla lotta di un altro. Chi lotta contro un governo tiranno in Iran o una invasione in Ucraina diviene automaticamente amico del nemico. Questo modo di ragionare ci porta alla sconfitta, ad appoggiare personaggi che nulla hanno a che fare con la nostra storia.
È una gabbia prodotta dallo stesso sistema che vogliamo combattere, ma è anche prodotta da noi. Bene allora esplicitare e dire le cose come stanno. Questa è una guerra capitalistica, non possiamo schierarci dentro di essa, ma contro di essa. Abbiamo la necessità di definire uno spazio politico internazionalista nel quale ritrovarsi e organizzarsi contro il flagello della guerra capitalista e del riarmo globale.

