A Cesi arriva un aumento di commissioni illustri, come le Storie della Vergine o l’emozionante trittico “L’adorazione dei Magi” e ai lati i santi Nicola e Domenico, dove Cesi rivisita il cartone di Baldassarre Peruzzi cristallizzandolo in un solenne e distaccato fasto cromatico.
Nasce dalla sintonia intensa fra Cesi e i certosini l’opus maxima: il “Trittico della Passione” in San Girolamo alla Certosa, dove Cesi esprime la sacra teatralità di tre tele d’inusuale imponenza, icastiche degli altrettanti climax della Passione di Cristo: “Orto degli Ulivi”, “Crocefissione” e “Deposizione”.
A fianco di ciascuna delle due pale laterali, Cesi affolla poi in nicchie dipinte certosini a figura intera in pose, gesti, sguardi, espressioni variati, tutti a gremire l’incalzante scenografia corale e a declinare inatteso il suo estro ritrattistico. Il trittico è conferma fulgida della pittura spirituale di Cesi, accordo di pathos religioso e devota disciplina certosina.
Col Seicento Cesi ripete invenzioni e iconografie già prodotte, perfino catalogate in una sorta di prontuario per committenti. Dell’epoca spicca il tardo maestoso dipinto alla Certosa di Ferrara: “Il Beato Niccolò Albergati col Reliquario di Sant’Anna”, coi sei giovani certosini veri protagonisti per la perizia ritrattistica delle fisionomie nella composizione sapiente di sai bianchi, rigidi panneggi, cappucci abbassati.
I ritratti di Cesi sono deuteragonisti della mostra, come il “Ritratto di gentiluomo venticinquenne”, che la ricerca interiore fa collocare ad Alberto Graziani al 1585 in coerenza alla contemporanea ritrattistica europea. Del 1592 sono il “Ritratto di frate”, di ardente verismo, e l’introspettivo “Ritratto di monaco come Dionigi il Certosino”, di assorta penetrata meditazione all’ascesa mistica.

