L’export della meccanica varia italiana nel primo semestre registra una crescita marginale dello 0,4%, pari a 19,8 miliardi di euro, rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente. Il settore appare resiliente, ma il contesto internazionale è caratterizzato da un crescente grado di incertezza e le performance dei comparti sono molto eterogenee.
Circa il 60% della produzione è destinata ai mercati esteri. Gli Stati Uniti si confermano primo paese di destinazione, con 2,3 miliardi di euro totali, grazie all’incremento di ordini nei primi mesi dell’anno per fare scorte in vista dell’entrata in vigore dei dazi. La Germania, pur rimanendo il secondo mercato per l’export italiano, con 1,87 miliardi di euro, continua a registrare segnali di debolezza, con un calo del 3,3%. Anche la Francia mostra fragilità crescenti, con un calo del 6,3%, mentre l’export verso la Spagna è in netta crescita, con un aumento del 13,1%, salendo al quarto posto tra le destinazioni della meccanica.
I dazi americani colpiscono duramente la meccanica industriale e strumentale, con nuovi dazi al 50% sulle componenti in acciaio e alluminio su 407 codici doganali, che vanno a colpire l’80% della produzione dei settori rappresentati. Il rischio è di perdere quote di mercato negli Stati Uniti, primo partner extraeuropeo del comparto. Varie aziende della meccanica hanno già iniziato la diversificazione geografica, trovando sbocchi in mercati extraeuropei, soprattutto in Arabia e Emirati Arabi Uniti.
Sul fronte dell’import, i dati evidenziano una crescita generale significativa del 6,7%, che segnala una pressione competitiva crescente da parte dei fornitori esteri. Le tensioni geopolitiche, la questione dei dazi statunitensi, l’indebolimento dei principali partner europei e la crescente pressione competitiva dall’estero generano incertezza per il futuro. La capacità dimostrata dalle imprese italiane di mantenere buone posizioni sui mercati globali rappresenta un elemento positivo, ma la situazione richiede attenzione costante e interventi strutturali per tutelare la competitività di una branca strategica per l’intera economia nazionale.
Secondo l’ultimo sondaggio di Anima Confindustria, sono diffusi i segnali di rallentamento nel secondo semestre, con stime che in diversi casi anticipano una riduzione del fatturato superiore al 5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Circa un’azienda su quattro prevede una diminuzione significativa, mentre le prospettive di crescita appaiono limitate. Solo una quota ridotta delle imprese ipotizza aumenti consistenti delle vendite oltreconfine, mentre prevalgono previsioni di stabilità. L’aumento dei costi energetici, la volatilità delle materie prime e le tensioni geopolitiche comprimono la redditività e riducono la capacità di investimento.

