I mercati finanziari di tutto il mondo hanno trattenuto il fiato per la pubblicazione dei risultati di Nvidia. Le voci insistenti sulla bolla tecnologica che potrebbe far saltare in aria l’economia mondiale sono state ridotte a un brusio dopo che il capo di Nvidia, Jensen Huang, ha presentato i nuovi record dell’azienda più preziosa al mondo.
Nvidia ha registrato ricavi su del 62% a 57 miliardi di dollari, circa 3 miliardi in più rispetto alle aspettative degli analisti. Il suo margine lordo è del 74%. L’utile vola a 31,91 miliardi (+65%). Tuttavia, alcuni analisti hanno sollevato sospetti sui numeri di Nvidia, sottolineando che quasi il 90% dei ricavi dell’azienda proviene dai data center e che Nvidia finanzia i propri clienti per la costruzione e perché essi acquistino le schede CPU con i suoi processori.
Questa pratica, conosciuta come “vendor financing”, consiste nel fatto che il produttore presta i soldi per far acquistare i propri prodotti. Un sistema finanziario che conosciamo come consumatori, ma che funziona in scala maggiore nell’economia globale. L’amministrazione Trump sta usando Nvidia e il suo boss taiwanese, naturalizzato americano, Jansen Huang come un’arma geopolitica per fare accordi con gli altri Paesi e mantenere un vantaggio sulla Cina.
La formula prevede la fornitura di tutta l’infrastruttura (data center e chip) che le industrie di tutto il mondo acquistano per adottare l’Intelligenza Artificiale nei propri processi produttivi. Se a questo si aggiunge anche il finanziamento necessario, va da sé che il cliente diventerà totalmente dipendente dal fornitore. Tuttavia, la Cina è a un passo da produrre un prodotto uguale a quello di Nvidia, per stessa ammissione di Jansen Huang.
La valutazione di Nvidia è di 5000 miliardi di dollari, superiore al Pil di Italia e Francia. 1000 miliardi di dollari è l’investimento in data center di Open AI, 3000 miliardi di investimenti previsti dall’intero settore dell’AI made in Usa entro il 2029. Cifre astronomiche che qualcuno dovrà prima o poi rimborsare. L’economista Giuliano Noci afferma che «la risposta più sincera è no, ha senso solo in quel gioco in cui le big tech si alzano vicendevolmente le valutazioni con operazioni circolari che farebbero arrossire perfino i prestigiatori». Se la bolla esplode, le conseguenze saranno pagate dalle big tech stesse, dagli investitori e dai risparmiatori europei.

