Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale europea e ex premier italiano, ha dichiarato che le tecnologie rimangono il principale motore della prosperità. Nel suo discorso all’inaugurazione del 163° anno accademico del Politecnico di Milano, Draghi ha ricordato che le economie avanzate non possono basarsi solo sul lavoro e il capitale per la prosperità, rendendo le tecnologie ancora più centrali.
Draghi ha lanciato un monito e un appello all’Europa, ricordando che le precedenti rivoluzioni tecnologiche non hanno prodotto perdite occupazionali permanenti, ma la transizione “raramente è lineare” e la discontinuità “colpisce in modo diseguale”. Alcuni lavoratori, mansioni e territori “sopportano l’onere della sostituzione”, altri invece ne traggono benefici “in misura sproporzionata”.
Il potenziale dell’intelligenza artificiale è enorme, ma accanto alla crescita esiste “un rischio reale di sostituzione del lavoro, aumento delle disuguaglianze e altri danni per la società quali frodi e violazione della privacy”. Tuttavia, Draghi ha sottolineato che le tecnologie possono aiutare a ridurre alcune delle disuguaglianze che più incidono sulla vita quotidiana delle persone.
La velocità e l’ampiezza di questi cambiamenti dipendono anche dalle politiche adottate dai governi. L’impatto sulla crescita potrebbe essere dirompente, secondo Draghi, che ha evidenziato il grave ritardo dell’UE nello sviluppo e nell’adozione dell’intelligenza artificiale rispetto a USA e Cina, rischiando la stagnazione economica.
Se l’evoluzione dell’IA seguisse la traiettoria del digitale negli Stati Uniti, Draghi ha stimato “una spinta di poco meno dello 0,8 per cento annuo”. Se invece rispecchiasse la portata dell’elettrificazione degli anni Venti del secolo scorso, la crescita “potrebbe essere superiore dell’1 per cento all’anno”. Sarebbe, ha osservato, “l’accelerazione più significativa che l’Europa ha visto da decenni”.
Draghi ha messo in guardia contro “l’illusione seducente secondo la quale la crescita sarebbe meno essenziale una volta raggiunto un alto livello di sviluppo” e contro l’idea che il calo demografico possa favorire il benessere anche con un’economia stagnante. Per i Paesi ad alto debito, “ciò che conta per la sostenibilità del debito è la dimensione complessiva dell’economia”. Se la crescita si ferma mentre gli interessi continuano a maturare, “il rapporto tra debito e prodotto aumenterà fino a diventare insostenibile”, costringendo i governi a “scelte dolorose tra le loro ambizioni fondamentali”.
L’Unione europea rischia di uscire dalla rivoluzione tecnologica con un futuro di stagnazione se non colmerà rapidamente il divario con Stati Uniti e Cina. L’Europa “vive oggi un momento di verità”. I numeri sono impietosi: “Lo scorso anno gli Stati Uniti hanno prodotto 40 grandi modelli fondamentali, la Cina 15, l’Unione europea solo tre”. E lo stesso schema si ripete “dalla biotecnologia ai materiali avanzati, fino alla fusione nucleare”.
Con un profilo demografico debole, la prospettiva per l’Europa è chiara: se mantenesse semplicemente il tasso medio di crescita della produttività dell’ultimo decennio, “tra 25 anni l’economia avrebbe di fatto la stessa dimensione di oggi”. Le radici del ritardo affondano anche in “un approccio improntato innanzitutto alla cautela, radicato nel principio di precauzione”, appropriato in alcuni ambiti ambientali ma “inadeguato per tecnologie digitali ad uso generale”.
Il Regolamento generale sulla protezione dei dati è l’esempio emblematico di un quadro che “continua ancora a vincolarci” mentre la frontiera tecnologica “è avanzata molto più rapidamente” e i costi economici “sono sempre più evidenti”. Una correzione di rotta è iniziata, con la Commissione che ha avviato una revisione normativa: il pacchetto “Digital Omnibus” propone “una definizione più flessibile di dato personale per l’addestramento dei modelli” e rinvia a norme più stringenti sui sistemi di IA ad alto rischio.
La risposta alla sfida passa da una svolta nella politica europea della ricerca e dell’innovazione. Draghi ha sottolineato la necessità di raddoppiare il bilancio destinato alla ricerca fondamentale e di creare un vero “programma per favorire l’emergere di istituzioni di ricerca di livello mondiale”. Senza un salto di qualità nella produttività e nell’innovazione, “l’Europa resterà al palo”.
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